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citizen journalism (o giornalismo partecipativo) Marzo 13, 2008

Archiviato in: Senza Categoria — sonomia @ 4:12 pm
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(tutte le informazioni sono riprese dal sito wikipedia)

Il giornalismo partecipativo (detto anche giornalismo collaborativo o, in inglese, citizen journalism o open source journalism) è il termine con cui si indica la nuova forma di giornalismo che vede la partecipazione attiva dei lettori. Il citizen journalism ovvero il giornalismo fatto dai cittadini per i cittadini è essenzialmente questo: la partecipazione attiva di quello che una volta era il pubblico dei lettori, grazie allo svilupparsi delle tecnologie web easy-to-use. Con l’arrivo di internet, o meglio della messaggistica istantanea, del peer-to-peer, dei “feedback” e delle interfacce user-friendly, chiunque può non solo comunicare ma informarsi e informare praticamente a costo zero.

“L’idea di base è che se le persone hanno gli strumenti per creare i loro contenuti, lo faranno, e questo sarà il risultato di un’emergente conversazione globale.” A parlare è Dan Gillmor, famoso giornalista, fino ad ora editorialista tecnologico del quotidiano della Silicon Valley, il SanJosè Mercuri News, e blogger della prima ondata. Uno di quelli che ci hanno creduto sin dall’inizio, che hanno subito concepito l’esperienza del blogging come un modo per sovvertire le tradizionali regole dell’eccellenza giornalistica, presentando solo argomenti di proprio interesse, opportunamente linkati, totalmente esuli dal circuito e dal controllo dei media tradizionali, nella libertà di esprimere opinioni non filtrate o anche solo di adottare uno stile di scrittura meno formale. Gillmor ci tiene a sottolineare quanto l’informazione indipendente di oggi (e di domani) viaggi sempre più tra web e blogosfera. E lo fa scorrendo le pagine più o meno note dell’ informazione personale, partendo dai tragici eventi dell’11 settembre: è iniziata allora la diffusione di resoconti personali di prima mano che grazie alla Rete hanno fatto il giro del mondo, spesso più velocemente ed efficacemente delle notizie dei grandi network tv.

I gradi del giornalismo partecipativo

Le forme del giornalismo partecipativo sono variegate e si possono distinguere anche per il grado di coinvolgimento dei lettori. Steve Outing, senior editor del Poynter Institute for Media Studies, ha proposto una classificazione basata su 11 livelli di profondità. Si va dal livello più superficiale, la possibilità per gli utenti di inserire commenti agli articoli, alla sollecitazione dei racconti degli utenti su determinati argomenti, dalla consultazione durante la creazione dei contenuti ai blog ospitati o aggregati sul sito, fino ai siti interamente costruiti grazie ai contributi degli utenti, che possono essere a loro volta sottoposti a controllo editoriale o completamente liberi.

Dal post all’articolo in prima pagina, al blog personale fino ai veri e propri siti CJ, le forme del giornalismo partecipativo sono varie e variegate.

  1. Commenti dei cittadini agli articoli
  2. Add-on reporters ovvero cittadini che, raccontando le loro storia ai giornalisti professionisti, li aiutano a scrivere gli articoli
  3. Open-source reporting: i lettori contribuiscono ad arricchire l’articolo inviando richieste di chiarimenti, suggerimenti e guidando il giornalista verso la stesura finale.
  4. I blog trasparenti ovvero blog dove chiunque può entrare e partecipare alle discussioni. Una sorta di ombudsmen che controlla e critica l’operato dei media mainstream. Esempio: Gennarocarotenuto.it
  5. Siti web CJ monotematici o che comunque interessano piccole comunità locali. I cittadini sono liberi di esprimersi e di pubblicare qualsiasi cosa, anche condoglianze per la morte di un vicino di casa o le foto della recita di fine anno dei propri figli.
  6. L’ibrido ovvero Giornalisti Professionisti + Giornalisti partecipanti. Tipico esempio è il coreano OhMyNews dove un team di giornalisti professionisti crea i contenuti per il sito, che viene poi arricchito con i contributi dei lettori. Non tutto viene però pubblicato: gli articoli sono sottoposti a revisione e, se idonei, vengono pubblicati. Esempi: Bluffton Today (South Carolina). OhmyNews.com. Greensboro (N.C.) News & Record YourNews (giornale che si sta avviando verso la collaborazione tra giornalisti partecipanti e professionisti)
  7. Wiki-journalism, quando i cittadini diventano editori. L’esempio più conosciuto e WikiNews, branca dell’enciclopedia pubblica Wikipedia, che consente a chiunque di pubblicare un articolo o di modificare e arricchire quelli presenti. Wikinews è ancora in fase di sperimentazione, dunque non è dato sapere se la teoria che la conoscenza e l’intelligenza di un gruppo possono produrre notizie significative, credibili e obbiettive. Ma forse è un passo un po’ troppo azzardato, questo sì, perché se da un lato garantirebbe la continua e ininterrotta interazione tra scrittore e lettore, dall’altra provocherebbe una perdita del controllo dei prodotti editoriali, con conseguenze catastrofiche per la credibilità delle notizie. Esempi: WikiNews. Backfence.com Community Guide.

Interessante perché esula dalla democraticissima internet, la neonata Current tv, televisione via cavo creata da Al Gore (ex vice presidente degli Stati Uniti), che basa la sua programmazione su video prodotti dai telespettatori. Si stanno diffondendo rapidamente i giornali online di CJ: il primo esempio di giornale online europeo (per ora in francese) costruito utilizzando i contributi che arrivano dai cittadini è Agoravox. Carlo Revelli, promotore dell’iniziativa insieme al suo socio Joël de Rosnay, afferma che chiunque può essere redattore su Agoravox, spiegando che basta registrarsi (gratis) e cominciare a inviare le proprie corrispondenze: articoli, inchieste, notizie di attualità, approfondimenti ma anche immagini, video, riflessioni su particolari tematiche e problematiche, spunti e link ricavati dal proprio blog. Ma il caso più eclatante è forse quello di Ohmynews.

Nato nel febbraio del 2000, oggi pubblica due edizioni: una in coreano e una internazionale, in inglese. Ohmynews funziona attraverso il contributo dei suoi lettori, che spesso diventano anche cronisti, come ha dichiarato alla Bbc il suo fondatore, Yeon-ho: “L’ho lanciato il 22 febbraio dell’anno 2000 ed è stato il mio addio al giornalismo del ventesimo secolo, dove la gente può avere le notizie solo attraverso gli occhi ufficiali dei media conservatori […] perché ogni cittadino può essere un reporter”.

OhMyNews per parte sua pratica una forma originale: c’è uno staff di 40 persone e i pezzi vengono di solito retribuiti, 20 dollari come cifra massima. La platea dei collaboratori è oramai arrivata a 23mila persone. Dunque non è un forum libero, perché c’è una redazione che sceglie e seleziona e si riconosce il valore dei contenuti forniti. I lettori sono due milioni al giorno e sembra che l’influenza del quotidiano online sia destinata ad espandersi. Il giornale online ha dimostrato tutta la sua potenza nel sostegno elettorale all’attuale presidente coreano riformista Roh Moo Hyun. Roh ha garantito la sua prima intervista post-elezione alla testata, snobbando le tre maggiori testate giornalistiche che hanno dominato la scena per anni. Ciò che conta è che sia riuscita a farsi accreditare come una vera testata dal sistema dei media e dei governi, anche grazie a una serie di scoop.

I quotidiani tradizionali ritengono di essere superiori a quelli creati online da “normali cittadini” perché le loro storie passano attraverso un filtro costituito da scrittori professionisti, giornalisti competenti e avvocati costosi. In rete ci sono meno regole e molte notizie lanciate dai bloggers interessano solo gli esperti di determinati settori. Ma casi come quello di OhMyNews dimostrano che l’influenza e la correttezza non devono necessariamente passare attraverso la professione. Su centinaia di migliaia di articoli pubblicati, solo due storie fino ad ora si sono rivelate inventate. I reporter sono liberi di pubblicare qualunque cosa ritengano interessante, purché dimostrino di utilizzare la propria reale identità. Non esistono avatar e personaggi immaginari nella testata. La responsabilità infatti è unicamente dell’autore, mentre il copyright è equamente diviso tra il sito e il reporter, che è libero di ripubblicare il materiale dove preferisce. Come si finanziano i giornalisti di Ohmynews? Circa venti dollari per ogni articolo, che possono oscillare a seconda della qualità del pezzo – basic, bonus, special – più la cosiddetta tip-jar, una sorta di mancia che i lettori possono lasciare all’articolista se il pezzo è particolarmente piaciuto, cliccando per fare piccole donazioni ai loro scrittori preferiti. Tanto vale scrivere buoni pezzi. Lo scorso anno un articolo di OhmyNews che attaccava un impopolare verdetto della corte, è arrivato ad ottenere 30.000 dollari di mance dai lettori, anche se la maggior parte del reddito del sito proviene dalla pubblicità. I pubblicitari, infatti, stanno sostenendo sia la versione coreana del sito, sia una versione cartacea, stampata settimanalmente per un’operazione che, secondo il suo capo esecutivo e fondatore, Oh Yeon-Ho, sta portando profitti.

Una rivoluzione silenziosa sta dunque turbando il mondo della vecchia informazione. In contemporanea con la sfida del formato digitale, le testate giornalistiche hanno dovuto iniziare a confrontarsi con un altro tipo di contenuti, quelli digitali, che non avevano alcun precedente nella forma cartacea: blog, pubblicazioni autonome, contenuti messi in rete sotto nessun altro nome che il proprio. E qui la tecnologia c’entra nella misura in cui è stata lo strumento per dare risonanza alle voci di chi prima non aveva i mezzi per farsi sentire, pur desiderando farlo.

La crisi in corso ha infatti numerose cause interne, rinvenibili in primo luogo nella perdita di credibilità della stampa: innanzitutto perché questa fa sempre più parte della proprietà di gruppi industriali che controllano il potere economico e sono in connivenza con quello politico; poi perché parzialità, mancanza di obiettività, vere e proprie bufale sono in continuo aumento,fino ad investire anche i quotidiani di qualità.

Persino il New York Times ha dovuto pagare di tasca propria le scorrettezze di Jayson Blair, il giornalista che ha inventato decine di storie spacciandole per vere: quando il misfatto è emerso, i due redattori-capo della prestigiosa testata sono stati costretti alle dimissioni ed è sorta allora anche la proposta di istituire per la prima volta la figura dell’ombudsman, il cosiddetto “difensore civico”, per controllare l’operato dei redattori. A distanza di pochi mesi da questo scandalo, ne esplose un altro, ancora più clamoroso, che coinvolse il primo quotidiano americano, Usa Today. Altro celebre reporter, Jack Kelley, altre eclatanti panzane sbattute in “prima pagina” dal 1993 al 2003 prima di essere scoperto dai suoi lettori. Analoghi episodi mediaticamente disastrosi hanno disseminato le pagine dei giornali in Europa, dalla Francia, alla Spagna, senza lasciare da parte l’ Italia. Tutte storie che, così come l’alleanza sempre più stretta con il potere economico e quello politico, hanno inferto un colpo terribile alla credibilità dei media. Fino ad arrivare a condizioni preoccupanti per la nozione stessa di democrazia: sembra quasi che non ci sia spazio nella situazione attuale per una porzione naturalmente necessaria di giornalismo critico. La stampa sta davvero diventando tutta compiacente? Si sta perdendo la nozione di stampa libera? Anche da questi timori sono dunque nate nuove iniziative online che hanno favorito la proliferazione di contenuti auto-prodotti dagli stessi “utenti”, che hanno approfittato delle infinite opportunità offerte dalle nuove tecnologie per creare e mettere online idee e prodotti originali.

Come, appunto, nel caso dei blog: molti lettori spesso dimostrano di preferire la soggettività e la parzialità rivendicata dal blogger alla falsa obiettività, alla parvenza ipocrita di imparzialità della grande stampa. E la connessione alla galassia Internet attraverso il cellulare tuttofare potrebbe dare un ulteriore colpo di acceleratore a questa tendenza, dando all’informazione ancora più mobilità e globalità.

Ma i media principali stanno a guardare? Sono arrivati per ultimi ma sono arrivati. Rupert Murdoch, nel suo discorso all’American Society of Newspaper Editors dell’aprile 2005, ha ammonito i direttori delle sue testate: «Dobbiamo incoraggiare i lettori a pensare al web come il luogo in cui coinvolgere i nostri inviati e redattori in discussioni più estese sul modo in cui una particolare notizia è stata riportata o costruita o presentata. Allo stesso tempo dovremmo sperimentare l’uso dei blogger per integrare la nostra copertura quotidiana delle notizie su internet»

Mark Potts, co-fondatore dell’edizione online del Washington Post, ha lasciato il suo posto al sito di uno dei più prestigiosi quotidiani al mondo per creare BackFence.com, un’impresa che promuove una serie di innovativi portali di informazione e servizi a carattere locale, i cui contenuti sono interamente prodotti dagli utenti.

La Cnn ha aperto su SecondLife un’area dedicata al Citizen Journalism, I-Report. Si tratta di un ufficio, virtuale ovviamente, che accetterà dagli utenti del “mondo parallelo” foto, video, reportage su eventi che accadono all’interno di SecondLife, in una sorta di giornalismo partecipativo virtuale.

Ma non è tutto oro quello che luccica. Di fronte a tante esperienze positive – fainotizia.radioradicale – ci sono anche tanti fallimenti. Il più eclatante è stato quello del LosAngelesTimes, che ha dovuto chiudere gli spazi di commento degli utenti che, nell’intenzione del giornale e dei suoi consulenti tecnologici, doveva segnare il decollo del Citizen Journalism. Dopo pochi giorni invece, all’interno dello spazio destinato ad ospitare commenti lunghi fino a mille parole (quindi testi abbastanza estesi) sono apparsi immagini porno. E la scelta dei responsabili del giornale a quel punto è stata obbligata.

Dunque non è ancora morto il giornalismo del XX secolo, ma quello del XXI secolo sta già bussando alla porta. Il giornalismo professionista non è diventato inutile, anzi; la sua esperienza è ora più necessaria che mai per guidare coloro che vogliono dire la propria e magari non posseggono i mezzi – linguistici, stilistici o cognitivi – necessari a trovare la propria strada nel complesso mondo dell’informazione.

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